Buongiorno a tutti! Eccoci con il terzo articolo dedicato alla Letteratura danese! Oggi lascio subito la parola ad Alice che ha tanto da raccontarvi! Buona lettura e buon fine settimana!

Alice di L'Elogio del Rospo:

La terza mèta del nostro ideale peregrinare lungo le aspre e ventose terre danesi è il piccolo comune di Vojens, collocato nella regione dello Jutland, nel sud della Danimarca. È Erling Jepsen, scrittore e sceneggiatore per il teatro dallo sguardo acuto e pungente, ad accompagnarci nelle vesti di un novello Virgilio in una remota e ambigua provincia danese. Il libro in questione si intitola L’arte di piangere in coro, pubblicato in Italia dall’editore Voland nel 2013, nell’ottima traduzione di Bruno Berni.

La storia si dipana attorno alle sorti di una singolare famiglia, composta da una mamma mite e remissiva al volere di un marito prepotente a casa e sconvenientemente vile in società, e da Asger, Sanne e Allen, rispettivamente il maggiore dei tre fratelli, la secondogenita nel pieno dell’adolescenza e il più piccino, un ragazzino di undici anni.

Sono proprio gli occhi di Allen a dipingere gli eventi con pennellate ardite, spesso addirittura al limite del grottesco, le quali per quanto eccessive in alcuni frangenti, individuano tendenze e fenomeni tipici della società contemporanea.

Quando Allen prega, ad esempio, non lo fa per espiare i propri peccati o per ragionare sulle proprie colpe ma compie tale gesto solo nel tentativo di porre rimedio a dinamiche che gli sfuggono, che non solo non comprende, insomma, ma che capisce di non poter risolvere. Come lui anche gli adulti che lo circondano pregano quando non c’è più rimedio alcuno, quasi come a supplicare disperatamente l’avvento di un miracolo o di una manna che dal cielo scenda per salvarli, per rimediare ai loro sbagli. La fede, però, più che dare il beneficio di un necessario perdono divino, dovrebbe spingere il credente alla responsabilità.

Allo stesso modo, un altro fenomeno sul quale Jepsen effonde molte attenzioni, riguarda il potere che risiede nella parola e, più in particolare, nell’uso che si fa del linguaggio. Gli esempi da richiamare potrebbero essere davvero molti ma, a mio parere, uno dei più emblematici è proprio il primo discorso di cordoglio che il padre di Allen prepara per il funerale di Anette Budde, una ragazza che frequentava il liceo dei figli e che perde la vita in un incidente stradale. Egli, infatti, fa del lutto uno spettacolo o, per meglio dire, si serve del dolore per costruirsi un’immagine sociale: è quella l’occasione buona per diventare agli occhi della piccola cittadina l’uomo buono, prodigo verso il prossimo, leale e irreprensibile, ossia, l’unico individuo capace di rappresentare i concittadini nell’arena politica. La comunicazione, in senso lato, diventa, dunque, il vettore principale del vivere sociale: non esistono retorica, dialettica e argomentazione, non si contemplano i contenuti e i valori che dovrebbero muovere la politica. Esiste solo il sentimentalismo, quel banalizzare la natura della comunità in un più sciocco senso di appartenenza fatto di frustrazione, rabbia e paura.

In fine, un’altra dinamica sociale più volte scongiurata dall’autore danese, riguarda il profilarsi di una collettività fredda e incapace di empatia. Criticità economiche e, più in generale, problemi famigliari ma anche fragilità intime e personali, tutto è da risolversi, secondo la volontà del pater familias, entro le mura domestiche. Nulla sarebbe dovuto trapelare all’esterno. Dimostrarsi incerti e anche solo timidamente perplessi sulla riuscita di un intento o sul giudizio da assumere in determinate circostanze, esplicitare le proprie fragilità, i problemi e i dolori che ci attraversano, tutto ciò costituisce un passo falso. Per il padre di Allen, questo è certo, ma a ben vedere ciò costituisce quasi una costante a Vojens. Non pochi sono i fenomeni di machismo e, purtroppo, non mancano nemmeno dimostrazioni di profonda indifferenza quando, ad esempio, un lutto colpisce la comunità o un fatto particolarmente destabilizzante accade. E’ in quei frangenti che si cerca di trovare un capro espiatorio, quasi a voler allontanare il problema senza, però, risolverlo.

Erling Jepsen è un autore estremamente interessante, ironico e pungente, capace di portare all’accesso fenomeni e dinamiche sociali che altro non sono se non l’espressione della rabbia e della paura più estreme. L’arte di piangere in coro è, anche per tali ragioni, un romanzo grottesco, a volte, persino “disturbante” per la profondità e l’accuratezza che dimostra nel descrivere sentimenti ed emozioni che mai vorremmo ammettere di provare.