Il titolo di quest'articolo è esattamente quello del libro (l'originale: The Danish way of parenting, what the happiest people in the world know about raising confident, capable kids) delle autrici Jessica Alexander e Iben Sandahl. In questi ultimi mesi il tema dell'educazione danese sta incuriosendo molti e ci si trova spesso ad interrogarsi sulle prerogative dei genitori e dei bambini danesi. Gli italiani che vivono in Italia non riescono forse a capire totalmente i meccanismi di questo particolare aspetto della società danese e allora succede che chiamano a sentenza i connazionali all'estero, coloro che vivono proprio in Danimarca, e che grazie alla loro prospettiva italo–danese possono proporre il loro punto di vista. Così è capitato a me qualche giorno fa, quando

un'emittente radiofonica mi ha proposto un'intervista durante cui raccontare delle differenze nel modo in cui italiani e danesi educano e crescono i propri figli, e le motivazioni per cui i danesi sarebbero migliori e/o peggiori degli italiani (puoi ascoltare l'intervista a questo link: http://www.capital.it/capital/radio/programmi/Ladies-and-Capital/3713660/3773606)Dato che durante i quattro minuti, scarsi, dell'intervista, non sono riuscita a dire tutto quello che volevo, mi accingo ora ad approfondire il tema basandomi sulla mia esperienza di italiana in Danimarca e facendo riferimento al libro che ho letto e menzionato sopra.

La Danimarca è il paese più felice del mondo dal 1973 secondo gli studi dell'OCSE, ovvero l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Anche le Nazioni Unite hanno riportato la Danimarca al/ai primo/i posto/i nel rapporto mondiale sulla felicità. Studiosi di tutti gli ambiti, dalla psicologia all'economia, hanno cercato negli anni di individuare la sorgente di questa felicità. Ognuno ha sviluppato la propria opinione a riguardo. Jessica Alexander, autrice americana, e Iben Sandahl, psicoterapeuta danese, credono che la fonte di tanta felicità risieda nel modo in cui i genitori danesi educano i propri figli. E come dar loro torto?

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Foto di un poster in mostra nel Museo del Design di Copenaghen, 2015.

Ho osservato il comportamento dei genitori danesi nei confronti dei propri figli nei luoghi pubblici e privati e, da figlia di genitori italiani, cresciuta in Italia e trasferitasi in Danimarca, devo dire che le differenze tra un "metodo" e l'altro sono davvero sostanziali. A volte le differenze sono così lampanti che le si riconosce a trasferimento immediato, altre volte si tratta di atteggiamenti così intrinsechi che si scorgono solo dopo aver inteso i meccanismi sociali e culturali del paese. Credo che sia importante non generalizzare troppo, ma considerare ogni realtà famigliare nella sua singolarità ed unicità, ma credo anche che si sia potuto identificare un "metodo danese" proprio perché in Danimarca i genitori si comportano tutti più o meno nello stesso modo. In Italia, invece, le disparità nell'educazione dei figli tra una famiglia e l'altra sono enormi. Nell'intervista radio ho detto "Credo che la differenza più grande sia che i genitori italiani tendono ad essere così apprensivi che a volte sfiorano i limiti del patetismo, mentre i genitori danesi responsabilizzano molto i propri figli e li educano alla cultura dell'indipendenza in modo maggiore".  Affermando ciò non volevo e non voglio offendere nessun genitore, tanto meno i miei e quelli che conosco. So bene che quello del genitore è il lavoro più arduo che ci sia e non lo si può davvero mai comprendere se non lo si prova a fare, tanto meno lo si può giudicare e criticare senza considerare le difficoltà del suo percorso. Tuttavia credo sia fondamentale aprirsi all'auto–critica e mirare ad un costante miglioramento del proprio lavoro.

Vorrei approfondire alcuni aspetti del "metodo danese" affrontato da Alexander e Sandahl, proprio quelli che credo essere i più significativi al voler comparare gli italiani con i danesi, esattamente quelli in cui scorgo un maggior contrasto di culture. Prima di continuare, voglio chiarire che sono dell'idea che spesso non ci sia una cosa migliore o peggiore, e che il segreto sia quello di trovare un compromesso, un luogo d'incontro, nel bene e nel male. Il primo aspetto di cui voglio parlare è il controllo delle emozioniCredo che sia molto positivo controllare le proprie emozioni nell'educare i propri figli. I genitori danesi, però, oltre a controllare le emozioni negative come la rabbia, tengono spesso anche a bada i sentimenti positivi come l'affetto. Gli italiani sono conosciuti per la loro irascibilità e impulsività, mentre i danesi fanno una fatica enorme a lasciarsi andare, anche nel momento di esprimere emozioni positive. Non credo che questo atteggiamento sia totalmente favorevole alla creazione di una personalità felice, eppure il "metodo danese" pare confermare il contrario! Credo che il controllo di sé stessi sia sano e costruttivo se non implica la repressione dei propri sentimenti e delle proprie emozioni, altrimenti è pericoloso.

Il secondo aspetto d'interesse ha a che fare con la nonviolenza e la non–aggressivitàNel momento in cui il genitore danese si arrabbia (senza mostrarlo perché controlla la sua emozione negativa) a causa del figliolo che si è cacciato in un guaio, magari esponendosi ad un pericolo, non ricorre alla violenza. In Danimarca la violenza sui figli è perseguibile dalla legge dal 1997, quindi i genitori danesi non sono nemmeno soliti minacciare i figli di ricevere una sculacciata o uno schiaffo. I genitori danesi non urlano e non danno ultimatum, ma scendono, pazienti, al livello dei loro bimbi, senza ridicolizzare né sé stessi né gli altri, e con calma spiegano cos'è successo e perché non si deve fare più.

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Foto di un poster allo Street Food, 2015. "Tutto quello di cui hai bisogno è l'amore e forse un po' di gelato".

Il terzo aspetto d'interesse è l'aspettativa. I genitori danesi hanno aspettative più basse nei confronti dei propri figli. Ciò è probabilmente il risultato del grande impegno da parte del paese nel mantenere una società democratica. La Danimarca non spicca per una forte gerarchia sociale. La Danimarca fonda i suoi principi sulle leggi di Jante per cui nessuno è tenuto a pensare di essere migliore di qualcun altro. Per questi motivi, nella società danese si è portati a giudicare meno e quindi ad avere aspettative minori. Il genitore danese non giudica il comportamento del figlio, ma si comporta in modo neutrale. Quest'atteggiamento pare proprio creare una relazione di libertà, rispetto e fiducia reciproci.

L'ultimo aspetto verte sulla tendenza all'ipoprotezioneIn Danimarca si parla più liberamente di temi che in altri paesi, come in Italia, rappresentano ancora dei tabù, come per esempio, la morte, il sesso, il tradimento, la malattia. In effetti i danesi, e l'ho provato sulla mia pelle, hanno una capacità impressionante di parlare di situazioni molto disagiate. Trovo molto idoneo il riferimento, nel libro, alla cinematografia danese. Nei film di Thomas Vinterberg e Anders Thomas Jensen, in cui è l'umorismo nero a governare, i protagonisti affrontano le disgrazie della vita con una lucidità invidiabile. Il genitore danese non teme di esporre il figlio alla discussione di argomenti poco piacevoli o all'esperienza di situazioni difficili, anzi crede che queste facilitino il doverne affrontare di peggiori in futuro.

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Mads Mikkelsen e Ulrich Thomsen in Adams Æbler (2005), di Anders Thomas Jensen.

Alla fine dell'intervista radio, le conduttrici mi hanno salutata dicendo che forse  il metodo giusto è una commistione tra educazione danese e italiana. Sarà così? Forse sì. Quando avrò un figlio, ve lo farò sapere! Se nel frattempo volete visitare Copenaghen e i suoi dintorni incentrandovi sul tema dell'educazione, non esitate a contattarmi! Alla prossima e non dimenticate di lasciare un commento!