Visitare il Museo Arken è per me sempre un'esperienza arricchente. Raggiungerlo poi in una giornata come quella di venerdì scorso, mentre i fiocchi di neve mi ricoprivano la sciarpa, è stato particolarmente poetico. Il Museo Arken si trova nella periferia di Copenaghen, a circa 20 km da questa. Una posizione del tutto non centrale, ma di successo, quando valutiamo il museo nella sua totalità. A due passi dal porto di Ishøj, lontano dal traffico, nella campagna danese, con una vista suggestiva sul mare, il museo Arken mi regala sempre una sensazione di pace. Quest'ultima viene, tuttavia, sempre contrastata dai colori e dalle provocazioni delle opere in mostra. Questa volta ho visitato le mostre temporanee dedicate allo svizzero Ugo Rondinone e al ceco Alphonse Mucha. Saranno disponibili rispettivamente fino al 30 dicembre e al 3 giugno a.c.

L'installazione "Ugo Rondinone - Vocabulary of solitude" si propone di indagare il linguaggio della solitudine, proprio come descritto dal titolo. Il suo Wind Moon del 2011, un albero bianco, in solitaria, ci dà il benvenuto, prima di mettere piede nelle stanza sgargiante. È proprio lì che l'occhio viene colpito da un'abbondanza di colori vivaci, oltre che da quelli degli abiti e accessori dei protagonisti dell'installazione, anche da quelli dell'arcobaleno, del lucernario e della finestra alla parete, che rappresentano, tra l'altro, altre opere dell'artista, rispettivamente Achtundzwanzigsterjunizweitausendundsechzehn del 2016; Love invents us del 1999; The Open del 2014). Se da una parte, l'esuberanza cromatica risalta, dall'altra ci rendiamo conto che si tratta di un'apparenza in una situazione in cui quello che vuole essere il fulcro dell'indagine è l'emozione di ogni signolo spettatore nell'atto di studiare la malinconia espressa dai pagliacci. Pagliacci, sì, decine di loro, ognuno in una posizione differente, ma tutti dallo sguardo triste, rivolto verso il basso. Ci mostrano le varie attività umane svolte nell'arco di 24 ore. Ognuno di loro si crogiola nella curiosità apprensiva dello spettatore. Un paesaggio a tratti inquietante che può risultare fastidioso giacché si fa specchio di una delle paure umane più grandi, quella della solitudine. Con i pagliacci iperrealistici, il Museo Arken rinnova il suo interesse nei confronti dell'essere umano e della relazione che si instaura tra arte-scultura e spettatore (per saperne di più: Gys! Er den levende?: l'imperdibile mostra di sculture iperrealistiche al Museo Arken).

Vocabulary of Solitude, dettaglio installazione. Foto: A Spasso con Elena. Tutti i diritti riservati.
Vocabulary of Solitude, dettaglio installazione. Foto: A Spasso con Elena. Tutti i diritti riservati.
Vocabulary of Solitude, dettaglio installazione. Foto: A Spasso con Elena. Tutti i diritti riservati.

Anche l'interesse nei confronti dell'Art Nouveau viene riconfermato attraverso l'esposizione delle opere di Alphonse Mucha (vi ricordate le illustrazioni di Gerda Wegener? Per saperne di più: Gerda Wegener: al Museo Arken e al cinema in The Danish Girl). Un artista poliedrico, Mucha, la cui versatilità possiamo degustare grazie alla ricca collezione in mostra all'Arken. Litografie, disegni su carta, dipinti, fotografie e gioielli. Attraverso le stampe colorate veniamo catapultati nell'atmosfera vivace e creativa dei teatri, saloni e caffetterie della Parigi della fine del 1800. Il poster è sicuramente un mezzo centrale nella produzione dell'artista, usato per pubblicizzare, tra gli altri eventi, spettacoli teatrali come Tragique historie d'Hamlet, Prince de Danemark (Théâtre de la Ville – Sarah Bernhardt, 1899) e Les Amants (Théâtre de Renaissance, 1895).

Les Amants, litografia colorata, Fondazione Mucha, 1895. Foto: A Spasso con Elena. Tutti i diritti riservati.

La mostra ci rivela l'interesse di Mucha nei confronti dell'universo cosmico, delle stagioni e delle arti. Tutto ciò viene impersonato da eleganti figure femminili con una chiara personalità. È nel corpo femminile che Mucha trova il suo ideale espressivo.

L'Eté (dalla serie Les Saisons), litografia colorata, Fondazione Mucha, 1900. Foto: A Spasso con Elena. Tutti i diritti riservati.

Mucha, così come i suoi contemporanei, facevano uso della fotografia come mezzo economico (in paragone all'avere un modello a disposizione per molte ore) di studio preliminare. Ciò nonostante, le fotografie dell'artista ceco si caricano di un significato più profondo giacché immortalano l'atmosfera del suo studio.

Modella che posa nello studio di Mucha, in Rue du Val-de-Grâce, Parigi, Fondazione Mucha, 1902. Foto: A Spasso con Elena. Tutti i diritti riservati.

Come raccontavo all'inizio dell'articolo, il Museo Arken mi regala ogni volta una sensazione unica di pace interiore. A favore della creazione di questa giocano il luogo in cui è situato e l'architettura che ben si concilia con lo spazio circostante. Se state pensando di visitarlo, vi consiglio di dedicarci abbastanza tempo così da riuscire ad esplorare con calma tutto ciò che ha da offrire: la collezione permanente, le mostre temporanee nonché l'architettura e lo spazio in cui è immerso. Volete organizzare una visita guidata all'interno del museo, oppure volete includere la visita dello stesso in un tour più lungo (magari in bicicletta)? Scrivetemi a info@aspassoconelena.com. A presto!

Foto: A Spasso con Elena. Tutti i diritti riservati.