Buon sabato a voi, cari lettori, oggi vi regalo il secondo capitolo dello splendido viaggio attraverso la letteratura danese. Devo dire che leggere lo stesso libro (anche se in lingue diverse) contemporaneamente ad un’amica e poi confrontarsi sulla lettura intrapresa è un’esperienza arricchente. Il mese di aprile è stato dedicato a Spesso sono felice dello scrittore danese Jens Christian Grøndahl, di cui vi consiglio la lettura anche per immergervi nei luoghi e nelle tradizioni della capitale danese. Si tratta di un libro dalla trama spezzettata proprio come risulta la stessa memoria della protagonista e interrotta la sua speranza, la sua voglia d’amare. Un libro che ci pone davanti ad un elenco di considerazioni private svelate ad un interlocutore invisibile. Puntualmente la protagonista sottopone a interrogatorio la sua esistenza. “Dove sarei stata nella vostra vita? Nella mia vita?”; “Sono ingiusta?”; “Non lo capirò mai […] il tempo ha solo reso le cose più difficili da capire”. Queste domande e asserzioni rivelano un profondo senso di inadeguatezza sempre esistito, ma celato, dimenticato. La protagonista ha perduto la persona su cui ha investito gran parte della sua vita, ha perduto quindi anche se stessa, e non le rimane che trovare riparo nel passato, ricordando la sua giovinezza, durante cui spesso è stata felice. Si scorge la volontà da parte dell’autore di credere in un tentativo empatico da parte di chi circonda la protagonista, quasi a voler questo simboleggiare la speranza in un una società meno individualista. Il ritorno a vivere ad Amerikavej non è casuale: è nei pressi di quella vecchia zona portuale che un tempo salpavano le navi verso l’America, verso una nuova vita.

Ora lascio la parola alla mia cara ed esperta Alice di L'Elogio del Rospo:

La seconda tappa del nostro viaggio alla scoperta della cultura e della Letteratura Danesi ci conduce direttamente alla di questa capitale, Copenaghen, dove si collocano le vicende di cui mi appresto a parlare. Il libro in questione si intitola Spesso sono felice, scritto da Jens Christian Grøndahl e pubblicato, in Italia, a principio del 2017 da Feltrinelli nella vibrante traduzione di Eva Kampmann.

Quello di Grøndahl è un libro che si struttura sul disvelamento: come lo sguardo che da sopra un promontorio abbraccia l’orizzonte metro dopo metro, anche gli eventi ivi narrati si chiarificano e comprendono scena dopo scena. Non intendo, pertanto, dilungarmi troppo su dettagli della trama che, in ultima analisi, oltre a poter risultare solo di contorno, potrebbero rovinarne la lettura.
Spesso sono felice è un libro che si nutre del linguaggio, non solo delle parole, del loro significato insieme letterale e simbolico, ma anche della collocazione delle virgole, dell’utilizzo di registri letterari, in parte, lirici e, in altra parte, brutali e terreni, e infine della frammentarietà del filo narrativo. In altre parole, ogni singolo elemento è pensato affinché il quadro generale del racconto si delinei per gradi, raccogliendo i pezzi di un puzzle profondo e complesso.
Non vi dirò, dunque, quale evento muove la protagonista, Ellinor, a cambiare vita e perché ella senta tanto necessario allontanarsi dal nucleo familiare, vi parlerò, bensì, delle tensioni emotive che la vivificano, dei sentimenti che prova, di quei luoghi della mente e del cuore, tanto intimi ma comuni, che spesso sembrano allontanarci ma che, a ben vedere, ci legano.
Ellinor è una donna che vibra di rabbia. Una rabbia incontenibile che rompe gli argini di qualsiasi convenzione sociale. Non esistono tabù, non esiste legame che tenga, non esiste più famiglia alcuna, per lei esiste solo l’impellente necessità di fare chiarezza nella propria vita. Ellinor aveva deciso che fosse un bene assoluto anteporre la felicità altrui alla propria, sempre. Sapeva, ne aveva la percezione, comprendeva, insomma, che si trattava di una assunzione senza ritorno poiché difficilmente avrebbe potuto tornare sui suoi passi, una volta presa la decisione di vivere per Georg, il compagno, e per i suoi figli. Per lo meno, non senza rovinare tutto, non senza uscire da quella piccola gabbia d’oro che segnava gli angusti confini del suo vivere ma che le concedeva almeno un brandello di stabilità.
Eppure, proprio quando sembrava avesse trovato un compromesso equilibrato, un evento sposterà il centro del suo vivere. Il tempo l’aveva, infatti, resa impermeabile al dolore o, forse, aveva semplicemente atrofizzato la percezione che aveva di sé e del proprio valore di persona ma, in compenso, l’età matura le aveva regalato anche una piccola soddisfazione, ossia la possibilità di sentirsi a tutti gli effetti parte integrante di una famiglia che riteneva solida e, a volte, persino piacevole. Tali erano le sue esigue certezze ma basterà una manciata di mesi a rivoluzionare ogni cosa: Ellinor prenderà coscienza dell’essere stata solo una presenza di contorno per i suoi cari. Riconoscerà, insomma, di essere stata semplicemente attraversata dai fatti della vita senza essersene resa protagonista: la sua era stata un’esistenza passiva, quasi parassitaria nel rapporto di dipendenza che aveva sviluppato nei confronti del compagno. Ella aveva vissuto sulle sue spalle, certo, non nel senso volgare dell’espressione: questa donna, un tempo forte e determinata, era stata a tal punto privata di ogni pathos, così intimamente prosciugata dal dolore e dalla disillusione più totale verso gli altri e il proprio futuro, da aver fatto leva e affidamento a quella sola promessa di vita incarnata da Georg.
Ecco, allora, che Grøndahl fa del suo romanzo una riflessione sconvolgente e, a tratti, feroce delle relazioni umane, soprattutto, quando queste si declinano nel vivere intimo e famigliare. Lo scrittore danese si dimostra capace di dire con misura e precisione quasi chirurgiche la natura del dolore più atroce, e lo fa con la maestria di chi conosce profondamente l’animo e la natura dell’individuo. Parafrasando, forse frettolosamente, la filosofia di Antonio Rosmini, l’uomo è un universale terreno: egli è il solo capace di amare in modo sconfinato e nella piena consapevolezza di non poter avvicinare e comprendere l’Altro fino in fondo. L’Altro, l’altrui persona, è libero, autonomo quanto noi nello scegliere di ricambiare tali sentimenti. Allora, è nella precarietà di tale incedere che trova respiro e terreno quanto di più nobile ci sia nell’essere umano: egli ama oltre le proprie capacità, oltre e nonostante il proprio giudizio.
Tornando, quindi, a Spesso sono felice, credo che Ellinor avesse deciso di fermarsi sulla soglia dell’amore, per affidarsi completamente alle cure di Georg. Il suo, forse, non era amore ma bisogno di protezione e quando ella se ne rende conto è costretta a ricalibrare l’intera sua esistenza, riconoscendo i propri errori e quelli di chi non ha mai cercato di comprenderla, compresa la sua stessa famiglia.

Sotto un cielo di ferro e di gesso
l’uomo riesce ad amare lo stesso
ama davvero, senza nessuna certezza
che commozione, che tenerezza!

Balla ballerino di Lucio Dalla, in Dalla (1980).